
Ha l’aspetto di una pin-up un po’ triste, il fascino dell’artista maledetta. Ha un’ombra che sembra passarle costantemente sul volto, conferendole un carisma e una sensualità singolari.
L’immagine di Lana Del Rey non è certo affidata al caso e concorre a fare di lei il personaggio musicale del momento.

Oggi, 31 gennaio, esce il suo album d’esordio, che prende il nome da una delle tracce contenute al suo interno: Born to Die.
Noi di Mammagallo crediamo che il brano crei dipendenza. E non solo per le sonorità, non solo per il testo, che senza dubbio meritano. Born to Die rimane nella mente anche per l’estetica che si dispiega nei quattro minuti della canzone. Un’estetica che riesce a unire le influenze pop al lirismo e ad un’eleganza provocatoria, che sembra quasi suggerire l’inammissibile bellezza della tragedia.
Born to die è di certo coerente all’immagine mediatica che la cantante è riuscita meticolosamente a costruirsi addosso, un’immagine che è stata in buona parte la chiave del suo successo. Un’immagine che ha saputo farsi strada nel mare magnum della rete, che ha saputo sfruttare Youtube e social network per imporsi all’attenzione del grande pubblico.
Tutto ha avuto inizio con Video Games, brano che si è lentamente insinuato nelle orecchie dei naviganti in rete, per poi passare alle radio e arrivare infine in tv, consacrando il successo di Lana Del Rey.
Lana del Rey è la dimostrazione, con la sua musica e i suoi video, di quanto potere possa avere la definizione di un’identità, artistica e non; di quanto sia vitale proporsi al pubblico con un’immagine che lasci il segno. Perché la qualità della propria musica, purtroppo, da sola non basta più – se è mai bastata. Perché al pubblico interessa non solo cosa canti e come canti, ma anche chi sei e cosa sembri.
Mammagallo. Tante idee per la cresta.








